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Un’australiana alla conquista di Roma

13/03/2023

Ti consiglio di non correre la maratona.

Quando l’allenatore e il presidente di una squadra di running te lo dice ben tre volte, tu che faresti? Non lo ascolti e fai il contrario, se sei una testarda come me. E’ stata la prima e l’unica volta in cui l’ho contestato, per il resto ho seguito tutto quello che mi ha detto e ora ho una bella storia da raccontare.

Da sempre sono stata una sportiva, non brava ma molto entusiasta. Di solito facevo sport di squadra con una corsa ogni tanto, ma da quando sono venuta in Italia ho cominciato a correre più spesso. Poi covid e lockdown: correre era una dei pochi motivi per cui si poteva uscire da casa; e per sfruttare bene questa possibilità ho iniziato ad aumentare il tempo in cui potevo rimanere fuori, che naturalmente voleva dire anche aumentare la distanza da percorrere. Pian piano (lockdown di tanti mesi) sono passata da correre 5km a correrne 20.

“Ma Gillian”, mi sono detta un giorno, “se riesci a correre 20 km senza un piano di allenamento, perché non chiedi a un allenatore di portarti alla maratona di Roma? Oltre ad essere un classico sogno del cosiddetto bucket list, tagliare il traguardo della gara regina nella città eterna sarebbe imperdibile.”

Il prossimo passo: trovare un allenatore. Ricercando su instagram e facendo la stalker per qualche settimana ad alcune squadre, con un po’ di trepidazione ho scritto al sito di una di esse: Runner Trainer. Dopo una telefonata con un certo Marco, in cui mi ha sconsigliato di fare la maratona (la prima volta), sono andata, con ancora più trepidazione, allo Stadio dei Marmi per una prova.

Ovviamente avevo fatto abbastanza una buona impressione, o forse la squadra aveva pochi clienti dato il lockdown, ma l’allenatore era d’accordo ad aiutarmi. Il primo lavoro era 200m x10 volte. Subito mi sono sentita confusa: mi aveva fraintesa (visto che non sono padrona dell’italiano)? O davvero non voleva farmi correre la maratona? Perché mi faceva esercitare con gli sprint, che non riuscivo a fare per niente, quando volevo correre 42 km?

E da là è iniziata la mia avventura. Mettevo le scarpe e seguivo gli allenamenti.

Ho scoperto che si devono fare ripetute veloci e anche avere giorni di riposo. Ho scoperto il mondo dei gel e dove stanno tutti i nasoni di Roma. Ho scoperto che Roma, nonostante sia “caput mundi”, ha le pecore che vagano per i parchi, che il centro storico ha una bellezza insuperabile la domenica alle 7:00 e che correre sui sampietrini dell’Appia Antica è un’esperienza da evitare. Ho scoperto che per allenarsi d’estate la cosa migliore è scappare dalla città e correre sul lungomare per recuperare con un bagno subito dopo. Ho dovuto imparare che la cena prima di un “lungo” vuol dire pasta, riso, e patate. Ho superato i test che Marco mi faceva fare ogni mese in pista e ho visto i miglioramenti che il suo programma mi dava.

Ma prepararsi per una maratona è una grande impresa, non solo fisicamente.
Ci sono le battaglie dentro la testa: quando devi fare 35 km da sola è normale che ti venga il pensiero di smettere perché sei matta. Poi la burocrazia: la Rome Marathon mi aveva cancellato l’iscrizione quando era scaduto il permesso di soggiorno e la nuova tessera non mi era ancora arrivata!

Ma la prova più grande era anche la più personale. Proprio la mattina in cui avevo avuto la conferma dell’iscrizione, ho ricevuto una chiamata da casa: a mio fratello era successo un incidente grave, era caduto dalla bici e ciò lo aveva reso paraplegico. Shock. Colpo. E mi aveva lasciato una specie di dissonanza cognitiva: io scelgo per piacere di correre 42 km mentre lui non potrà mai più fare nemmeno un passo. Per continuare gli allenamenti ho dovuto combattere con tanti sentimenti, ma tutto mi spronava ad una nuova motivazione: correre bene per lui.

Finalmente era arrivato il 19 settembre. Allenamenti completati, pettorale ritirato, piano di gara confermato con Marco, foto di gruppo scattata, green pass controllato, borsa lasciata, pipì fatta. Non mi mancava niente altro oltre lo sparo.

Ero emozionata ma anche calma. E avevo un grande sorriso.

Finalmente lo sparo. E via! Non proprio: essendo nell’ultima onda c’era una lunga attesa per arrivare alla linea di partenza. Ho fatto partire l’orologio e via! Ancora non proprio. Dopo 500 m mi si sono sciolti i lacci delle scarpe (rookie error!), breve pausa davanti all’Altare della Patria poi la terza partenza.

Circo massimo, Piramide, Basilica San Paolo, Lungotevere. Al km 10 il primo gel, poi Testaccio, San Pietro… il percorso era come una guida turistica. Il buio cedeva a una giornata soleggiata ed io potevo godere di tutta la bellezza di Roma ancora meglio quel giorno: le strade erano solo per noi!

Ero pronta per correre la gara al mio ritmo, ma a metà strada ho trovato un gruppo di pacer e avendo già letto del percorso sapevo che mi aspettava una salita al 30° km, quindi mi sono unita al gruppo, grata per l’assistenza durante la parte più difficile. Ma appena arrivata alla fine della salita mi sono sentita bene e sono corsa via.

Arrivata a via del Corso ho preso l’ultimo gel, questo caffeinato, per lo sforzo finale. Che atmosfera: l’applauso dei tifosi, le grida di “manca poco” e un cartello al 40° km che mi faceva ridere nonostante il poco fiato: “Sbrigati, i keniani stanno bevendo tutta la birra!“. Percorrevo via del Plebiscito e fra tutto il rumore dei tifosi ho riconosciuto una voce, “Gillian! Grande! Vai! Vai! Vai!”. Il mio allenatore, la voce che all’inizio mi sconsigliava quest’avventura, era quella che adesso mi accompagnava negli ultimi metri, verso la fine.

Poco dopo, giro di piazza Venezia ed era il momento di alzare le mani e tagliare il traguardo. Ce l’abbiamo fatta! Le mie gambe e il programma di allenamento sono stati perfetti. Grazie Marco!

Quella sera non so quali muscoli mi facevano più male: quelli delle gambe… o quelli della faccia, per il sorriso che avevo portato in volto durante tutta la gara!

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